lunedì 12 marzo 2018

Sulla biblioteca: disuguaglianza e felicità


La biblioteca, il luogo della lettura. Leggere? Ma perché dovrei leggere? Oggi, nel 2018, quando tra tv, radio, internet, CD rom con letterature di ogni paese, film e documentari scientifici, mostre, musei …  potrei sapere tutto o quasi tutto? Perché perdere tempo a sfogliare un libro? proprio ora che anche a scuola  qualche ministro vuole finalmente imporre i tablet e la tecnologia e allontanare i vecchi e obsoleti libri? Perché dovrei accettare senza reagire gli umori di un autore, che vuole in modo antidemocratico impormi i suoi gusti e le sue idee? E allora, perché parlare e difendere un deposito o magazzino dei libri,  la biblioteca?
     Con queste domande del tutto provocatorie, riprese da un intervento davvero stimolante di Alfonso Berardinelli, io vorrei proprio, invece, parlare della lettura, del suo ruolo e della sua importanza, del luogo deputato per eccellenza alla lettura di un libro, a parte il letto secondo Umberto Eco: della nostra Biblioteca Comunale.
     Ogni proposta sulla biblioteca viene quasi sempre criticata con supponente ironia, soprattutto da coloro che sono convinti che spendere per rimpolpare una biblioteca non sia altro che uno spreco di soldi, che la cultura è tale solo se manageriale, che non bisogna perdere tempo, come si vanta qualche ministro, con la lettura di romanzi.
     Di fatto l’importanza della lettura è sostenuta con due tesi abbastanza differenti, non opposte ma complementari. La prima sostiene che senza la lettura il cittadino si impoverisce, come dimostrano i dati economici dei paesi più avanzati, secondo i quali chi sta meglio economicamente, legge di più. La seconda rimarca, invece, l’importanza della lettura in sé, senza secondi fini, della lettura che ci arricchisce interiormente ed emotivamente: della lettura di quegli autori che ci permettono di iniziare il nostro percorso di saggezza, proprio dove e quando finisce quello dei nostri autori (certo, si dirà, questa è l’idea di Proust, e non tutti sono Proust).

     Negli anni Novanta e agli inizi degli anni Duemila si levarono diverse ed autorevoli voci critiche, anzi veri e propri gridi di dolore, per sottolineare quella che veniva definita, sia pure con diverse sfumature, “arretratezza culturale” dell’Italia. In estrema sintesi si denunciava una situazione socio-culturale preoccupante, testimoniata e contrassegnata da indicatori universali. Come si misura l’arretratezza di un popolo?
      Tullio De Mauro e Aldo Visalberghi (studiosi della “cultura”), per esempio, elencavano allora una serie di parametri significativi:
·         bassa percentuale di titoli di studi
·         sottostima della cultura scientifica
·         scarso numero di brevetti produttivi: l’Italia con 750 brevetti/anno; 2000 della Spagna; 12000 della Francia, 15000 della Germania, 20000 della Gran Bretagna, numeri enormi negli USA e nel Giappone, addirittura 125000!
·         lettori dei giornali sempre meno numerosi e cifre catastrofiche sui lettori di libri: ben 2/3 della popolazione non legge né un giornale né un libro!
·         assenza o non sufficiente qualità delle biblioteche pubbliche

E altro ancora. La situazione italiana non è migliorata da quegli anni, ma è addirittura peggiorata. Oggi, pertanto, mi vorrei soffermare sull’importanza della biblioteca pubblica, sul valore della lettura e della cultura in genere.
Tutti i dati concordano che la disuguaglianza sociale è legata in profondità all’arretratezza culturale.
Certo le cause della disuguaglianza sono complesse e varie. In un libro recente due studiosi italiani
(Franzina e Pianta) sostengono che  esistono quattro motori della disuguaglianza: il potere del capitale sul lavoro, il capitalismo oligarchico, l’individualizzazione (concorrenza spietata tra individui) e l’arretramento della politica; senza però dimenticare, dopo gli studi di A. Sen, ciò che è alla base del cosiddetto Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, vale a dire la tutela della vita e della salute, l’accesso all’istruzione e alla conoscenza, la libertà di scelta.
     Ebbene il diritto all’istruzione dovrebbe comportare per tutti, e in primo luogo per responsabili amministratori pubblici, la difesa di tutte le agenzie formative presenti nel territorio: scuole, teatri, cinema, accesso ad internet e … biblioteche.
    Ma vorrei, come detto, uscire da un concetto puramente utilitaristico e funzionale della lettura e della biblioteca: occorre ricordare che soprattutto il Novecento ha ampiamente mostrato che un’automatica correlazione lettura-cittadinanza o lettura-democrazia è falsa. Tutti abbiamo in testa la frase di un grandissimo lettore come George Steiner: “Né la grande lettura, né la musica, né l’arte hanno potuto impedire la barbarie totale. Anzi, bisogna fare un passo più avanti: spesso sono stati l’ornamento di quella barbarie”. Ecco perché un’antropologa come Michèle Petit, dopo un’analisi sul campo delle biblioteche francesi, sostiene che  la diffusione della lettura  può legarsi a un processo di partecipazione democratica, sviluppare un certo numero di condizioni necessarie per propiziare una cittadinanza attiva, “ma attenzione: necessarie, propizie; non sufficienti”.
     Lo stesso processo di socializzazione favorito dalla lettura e dalle biblioteche non è mai scontato: gli adolescenti, per esempio, amano poco una socializzazione organizzata, ma preferiscono quella spontanea; sono ipersensibili alle intrusioni quando si tratta di libri.
     Chi opera nella scuola sa bene che la stessa lettura “non costituisce sempre una garanzia di successo scolastico”; ma certo aiuta i giovani e gli adolescenti , perché  “ la biblioteca e la lettura sono un viatico scoprire o costruire sé stessi, per elaborare la loro interiorità e individualità”.
In ogni caso, dunque, vale la pena difendere il ruolo delle biblioteche. 

     Indubbiamente oggi il concetto stesso di “biblioteca” non può essere più quello di una volta, di trenta anni fa, legato ancora al vecchio, ma per molti glorioso, istituto del Centro di lettura :  la situazione attuale dovrebbe spingerci a puntare più in alto, ad interagire con tutti gli strumenti formativi, a ri-qualificare le offerte formative , a superare e contrastare le difficoltà che si vivono in certe famiglie a causa delle carenze economiche.  Si è ben consapevoli che non è facile e che ci vuole tempo, ma intanto è meglio cominciare a porre finalmente in evidenza le emergenze critiche del problema.

     La Biblioteca dovrebbe essere uno dei cuori pulsanti e vivi di un territorio, un luogo di dialogo e un momento di  integrazione sociale tra cittadini.
     Un tempo si sono firmate convenzioni internazionali che impongono di trovare entro 600 metri da casa propria una biblioteca che metta a disposizione libri e altro materiale formativo. Lo spirito di tali convenzioni risiede nella convinzione  che solo in questo modo si possono superare  le distanze sociali, annullare le distanze tra centro e periferie, dare a tutti possibilità di crescita culturale. Io mi accontenterei di far funzionare bene una biblioteca comunale per  circa 12000 abitanti.
     Per fare un passo in avanti bisognerebbe “rivoluzionare” dunque la concezione che tutti noi abbiamo del luogo biblioteca: abbandonare cioè l’immagine di un luogo usato come semplice deposito di libri, magari coperti di polvere e con pagine ammuffite: questa era la biblioteca, esilarante per molti altri aspetti, di Boccamazza, in cui passava le sue giornate, dopo la sua morte ufficiale, Mattia Pascal di Pirandello.
     Oggi dobbiamo pensare ad una biblioteca  come luogo appetibile, piena di luce, persino colorata, dotata di funzionali strumenti informatici e mediatici, con studioli per la lettura singola, o salette per i lavori di gruppo, con sale per conferenze e dibattiti, con la possibilità di accedere  e partecipare alla discussione critica sulla società contemporanea attraverso non solo libri e riviste e giornali, ma anche attraverso l’organizzazione di incontri e di spettacoli o eventi (come si chiamano oggi): luogo attivo e critico e non passivo, luogo aperto e non chiuso.

     Ma qual è lo stato dell’arte della nostra amata Biblioteca Comunale?
     Per rispondere a questa domanda, parlando con alcuni assidui frequentatori del vecchio Seminario, è emersa da una parte la certezza che tale luogo è ancora oggi fondamentale per la vita dei nostri concittadini e soprattutto dei giovani; dall’altra una situazione critica causata da emergenze che si trascinano da anni.        
  Si possono  distinguere, in sintesi, cinque grossi problemi che angustiano la biblioteca:
·         finanziamenti sempre più magri,
·         personale ridottissimo,
·         spazi interni ed esterni da recuperare e riqualificare,
·         un patrimonio non sufficiente di libri, riviste, materiale mediatico, dotazioni tecnologiche e informatiche

·         assenza di un Comitato di gestione aperto ai lettori. 
Tali carenze sono naturalmente intrecciate tra di loro, di non facile soluzione, ma se si vuole davvero riqualificare questo importante spazio pubblico, bisogna avere il coraggio di sacrificare altri progetti e privilegiare una volta tanto la biblioteca.
    In questo ultimo decennio segnato dalla crisi economica, è facile constatare come il primo settore sociale ad essere stato sacrificato sia stato proprio quello culturale. Con ministri che strombazzano che “con la cultura non si mangia”, con un personale politico che cancella imprudentemente dalla lista degli obiettivi programmatici tutto ciò che riguarda il libro e il sapere (riuscendo a chiudere in Italia Biblioteche storiche famose), è naturalmente facile diminuire la spesa corrente destinata alle biblioteche. Da questa linea non si discostano la Regione Sardegna e lo stesso Comune di Tortolì. Come dimostrano i dati ufficiali relativi ai fondi regionali riservati alla nostra biblioteca (poco più di 6000 euro nel 2016 e appena 3000 euro circa nell’ultimo anno), e come testimonia lo stesso scarso interesse finanziario manifestato dal nostro ente locale, nei nostri tempi è davvero difficile sostenere la centralità della cultura e dell’esperienza delle biblioteche  . Tempi pertanto dal sapore amaro e per niente promettenti  uno sviluppo più qualificato della risorsa cultura.
     Questo disinteresse si riverbera direttamente sull’organizzazione del personale destinato alla gestione della biblioteca: un solo bibliotecario in organico, dopo che un aiutante è andato in pensione,  con un servizio sostenuto dall’ausilio di alcuni giovani del servizio civile nell’ultimo anno 2017 ( purtroppo oggi, nel 2018, non più presenti, e non ne sappiamo il motivo). E’ evidente che bisognerebbe irrobustire la presenza qualificata del personale,  attraverso figure professionali e senza pensare a inopportune e controproducenti esternalizzazioni del servizio, così nefaste in altre parti d’Italia, per la loro gestione burocratica del servizio, lontana dalla passione necessaria in un settore così delicato; bisognerebbe ripensare allo stesso servizio civile, ma come aiuto di un più nutrito personale organico.
     Tale personale qualificato è del tutto funzionale ad una nuova creazione e destinazione degli spazi bibliotecari. Quando parliamo di spazi in relazione alla biblioteca, di solito si ci si riferisce, come insegna un’esperta di biblioteche come Antonella Agnoli, a cinque  settori o blocchi complessivi: spazi dell’accoglienza (dall’ingresso al bancone, dai bagni al guardaroba, fino alla creazione di una caffetteria vera e propria);  spazi della comunicazione (tutto ciò che si può comunicare in fatto di eventi culturali operanti ed attivi in Ogliastra e in Sardegna); spazi per la lettura vera e propria, per la visione e l’ascolto, per il relax, per lo studio o attività specifiche), spazi collettivi (eventuali esposizioni, conferenze o dibattiti, proiezioni, attività laboratoriali); spazi amministrativi e, infine, spazi legati al tessuto urbano in cui è situata la biblioteca: facilità di accesso, bellezza esterna dell’edificio e delle vie che lo  interessano.
    Come si diceva all’inizio, è tempo di riqualificare e aggiornare il concetto stesso di spazio della biblioteca: per operare in tal senso è necessario che l’intero corpo del vecchio Seminario diventi di uso esclusivo della Biblioteca (e dell’Archivio Comunale, oggi purtroppo sacrificato), con una nuovo design all’interno e all’esterno stesso dell’edificio: per esempio, come era del resto nelle intenzioni di qualche anno fa, sarebbe opportuno riprendersi la piazzuola retrostante dell’edificio, con la creazione di un nuovo spazio più accattivante per i lettori, una sorta di luogo di incontro e di spazio conviviale. Allo stesso tempo è sempre più indispensabile e urgente creare uno specifico spazio, distinto per colori e funzioni,  riservato ai bambini e alle bambine (cioè per coloro che sono i più assidui  frequentatori della Biblioteca).
     Il recupero del piano superiore dell’ex Seminario,  integrando e rinnovando completamente la Biblioteca, potrebbe risolvere quelli che oggi sono i problemi inerenti lo scarso spazio destinato a tavoli per persone  singole o per gruppi di studio, con spazi naturalmente arricchiti da opportuna strumentazione informatica.
     Spazi più ampi, e meglio organizzati, sono indispensabile per irrobustire il nostro patrimonio. A questo proposito, si pensi solo ad un dato: secondo una convenzione internazionale, ogni abitante dovrebbe avere a disposizione almeno cinque libri, ma la nostra biblioteca ne possiede meno del 50% (circa 30000). Oppure si pensi al sacrificio, si dice come al solito per motivi economici, degli abbonamenti a determinate riviste e giornali; oppure si pensi alla scarsa rappresentatività  della cultura scientifica nei programmi e nel patrimonio della biblioteca; o ancora alle del tutto insufficienti postazioni internet. Un discorso a parte, infine, meriterebbe il patrimonio del nostro Archivio storico, la memoria e la storia della nostra cittadina: un meritorio impegno iniziato anni fa, è stato interrotto, e ora le carte del nostro Archivio giacciono inerti e inutilizzate.
     In ultimo, ma ugualmente importante, sarebbe necessario istituire una sorta di Comitato di lettori, di ausilio al servizio bibliotecario, di collegamento con il territorio, con i cittadini e le stesse scuole; tale organismo, leggero e naturalmente gratuito, potrebbe focalizzare maggiormente le attenzioni di amministratori e di cittadini sugli scopi e sulle funzioni della Biblioteca

     Per chi ritiene che la biblioteca debba essere un organismo pulsante, un centro di convivialità, uno stimolo costante alla diffusione della cultura non ci dovrebbero essere dubbi sulla necessità di chiedere a tutti gli interessati, in primo luogo ai nostri amministratori, di ripensare  ad un progetto nuovo e moderno.
     La biblioteca intesa in questo modo potrà realmente diventare un luogo di incontro, assumere un ruolo di coesione territoriale, sia in senso sociale che in senso antropologico, fungere da raccordo fondamentale per le iniziative  che verranno proposte in tutto il territorio, essere un polo di aggregazione e di progetti per le scuole della cittadina.
     Pur consapevoli che oggi la “lettura” e la cultura in genere non sono al primo punto dell’ordine del giorno delle varie agende politiche dei nostri partiti o movimenti, bisogna tuttavia sostenere sempre più decisamente la necessità e il piacere di una cultura diffusa,  nello stesso tempo progettare una trasformazione, certo graduale, della biblioteca in una piazza del sapere, come oggi vengono definite  in molti paesi europei.

     Si tratta forse di un disegno utopico, irrealizzabile? Io penso di no. Si tratta di scelte politiche e culturali, che dovrebbero trovare campo privilegiato nei programmi e nelle azioni amministrative, ma innanzi tutto nel pensiero dei comuni cittadini. Per questi motivi, ritengo sempre più necessario che un comitato di lettori possa e debba aiutare, anche con iniziative concrete, un bene comune come la biblioteca.
     La lettura resterà sempre un tassello fondamentale  della vita dell’uomo, ma per educare alla lettura non bastano più le biblioteche di un tempo che fu. Ecco come in una conferenza a Buenos Aires, nel 1984,Italo Calvino  glorificava la lettura:
“Penso che la lettura non sia paragonabile con nessun altro mezzo d’apprendimento e di comunicazione, perché la lettura ha un suo ritmo che è governato dalla volontà del lettore; la lettura apre spazi di interrogazione, di meditazione e di esame critico, insomma di libertà; la lettura è un rapporto con noi stessi e non solo col libro, col nostro mondo interiore attraverso il mondo  che il libro ci apre”.
     Se pensate che un tale pensiero sia obsoleto, e ormai superato dalla modernità,  leggete pure un libro recentissimo, di Giuseppe Montesano, dal titolo provocatorio e allettante, “Lettori selvaggi”.
Buona lettura.                                                                                                         Sainct Victor.

Piccola bibliografia. ( ma la fonte migliore per riflettere su tutto ciò è la biblioteca stessa, dove oltre a consultare libri ed altro materiale mediatico, si possono scambiare opinioni con la bibliotecaria e con i cittadini, giovani e meno giovani, che frequentano l’ex Seminario)
    1.            Italo Calvino, Il libro, i libri, in “Saggi”**, Meridiani Mondadori, 1995
  2.            Antonella Agnoli, Le piazze del sapere, Editori Laterza, 2009
  3.            Michèle Petit, Elogio della lettura, Ponte alle Grazie, 2010
  4.            Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi, Giunti, 2016

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